Ho avuto l’onore di presentare quattro nuove formelle in bronzo del portale del duomo di Valvasone, installate la scorsa domenica 22 settembre 2013, donate dallo stesso autore scultore Edo Janich. Riporto di seguito una sintesi del discorso fatto ad un’attenta folla di interessati dopo la celebrazione della mattina.
Edo Janich è un costruttore di pace, perché bisogna essere disarmati mentalmente per seguirlo nelle sue vorticose immagini di pensiero, che pure sono ben radicate nella materia, pesante e secolare come il bronzo, il marmo, in grado di travalicare la storia e offrire nuovi spunti di intelligenza della forma e dare godimento estetico e gioia di nuove scoperte nel creato. Visionario e riformatore, è un innovatore nell’arte. Fantastiche e sempre inaspettate le immagini che costruisce instancabilmente; a volte si presentano esili e dinoccolate come la sua figura, a volte con abbracci gonfi risolti nell’eleganza di un gesto, con straordinari equilibri di sfumature e impensate posture di sagome, che però mostrano evidente continuità e fluidità di pensiero, prevalenza di concetto e significato sulla forma. In quel pensiero si ritrova la poesia che è essenza dell’arte e la cultura che lui raccoglie e vive, senza vincoli di stile o di maniera. La sua storia artistica trova saldo impianto nella grande arte del passato, superando tutti gli sbandamenti, gli astrattismi e le presunzioni di fine novecento, perseguendo una travolgente vocazione creativa fuori da ogni corrente o schema identificativo e non macchiata di accademismo, ora che insegna incisione all’accademia di Brera.
Queste 4 formelle in bronzo riguardano l’antico testamento:
La caccia: richiama proprio la fatica umana del vivere, come spesso nelle “bibliae pauperum” è raffigurato il lavoro dell’uomo dopo la cacciata dal paradiso, richiamo alla condanna per il peccato originale sopra il mandato di dominare la terra, entro i vincoli di spazio e tempo. Ed è lotta per la sopravvivenza e uso di artificio per la cattura della preda che, recalcitrante, vorrebbe perfino uscire da una obbligata quanto mortale cornice. Spinosa la vicenda e come punte taglienti i ciuffi di alta erba compongono la forza del dominatore contro l’impeto della vittima, preda che pure ha il senso vitale di un’altera e irrinunciabile libertà.
Caino ed Abele: è la triste storia dei senza Dio, presuntuosi, superbi e infine violenti, alle spalle di una madre che li ha generati ed amati, lontani dallo sguardo del padre che pure li sostiene con la sua fatica, coltivando terra e viti. Caino, che costruirà città senza l’aiuto né il rispetto di Dio, già da bambino col pugno alzato, si sente forte tanto da voler fare da solo, essere solo, prevaricare e prevalere sul fratello: un’indole, una predestinazione? per insegnarci che Dio sta dall’altra parte, col debole, con chi sembra perdente nelle cose, ma è vittorioso nell’umanità.
Noè esce dall’arca: c’è un senso fabbrile in quei ruvidi portelloni spalancati, con un’esagerata, friulana ferramenta. Colomba che anticipa un Noè tra l’attonito e il felice; colomba che fa tutt’uno con la barca, come un salvagente; e Noè col cappello da pompiere, ha salvato l’umanità in effetti, parlando in verità di Dio, come farà il giovane Gesù tra i dottori nel tempio.
La torre di Babele: è come vista dall’interno, con Dio che per noi sta sopra ma vede comunque che questi uomini volevano la luna, ovvero l’impossibile, là dove la ragione, il puro costrutto logico privo di luce della fede, è destinato a franare contro il mistero della verità trascendente.